Un terrazzo sul mondo ... e sull’anima

“Se si volesse stabilire qual è il paesaggio italiano più tipico, bisognerebbe indicare le Marche, specie nel Maceratese e ai suoi confini. L’Italia, nel suo insieme è una specie di prisma nel quale sembrano riflettere tutti i paesaggi della Terra, facendo atto di presenza in proporzioni modeste e armonizzandosi l’un l’altro. L’Italia, con i suoi paesaggi, è un distillato del mondo: Le Marche dell’Italia” (Guido Piovene, Viaggio in Italia).
Le Marche dunque, meglio ancora il Maceratese, epicentro del paesaggio e della poesia sul pianeta Mondo. La Provincia di Macerata qualche anno or sono, fece propria una mirabile intuizione leopardiana definendosi la Valle delle Armonie. Su questa, e non solo, si affaccia Cingoli dal suo mirabile terrazzo: Balcone delle Marche per Decreto ministeriale pubblicato sulla gazzetta ufficiale il 31.12.1952 (il decreto, in data 10.12.1952, porta la firma del ministro della Pubblica Istruzione, Vischia).
Val davvero la pena illustrare il panorama che si scopre dal Balcone con Vincenzo Cardarelli. Il grande poeta romano, marchigiano da parte di padre, descriveva così le stesse Marche “…sono un paese di collina e vogliono la vista scoperta da tutti i lati.
Inoltrandosi e allontanandosi dal litorale perdono facilmente il loro carattere. È per questo che, in piccolo spazio, troverete una moltitudine di città e cittadine situate su per giù nella medesima posizione, su lunghe colline piuttosto alte a cui sorride il mare da una parte, con la vista assidua del promontorio di Ancona e il lontano, aereo Appennino dall’altra”.
I Sibillini, già, “…quei Monti Azzurri, / che di qua scopro, e che varcare un giorno, / io mi pensava, arcani mondi, arcana / felicità fingendo al viver mio!”.
Dal Colle dell’Infinito che il Balcone cingolano inquadra perfettamente, il più grande cantore del paesaggio marchigiano, il conte Giacomo Leopardi da Recanati inseguiva la compagna delle sue notti: “O Cara luna… A me sempre benigno il tuo cospetto / sarà per queste piagge, ove non altro/che lieti colli e spaziosi campi / m’apri alla vista”.
Un paesaggio così non può non accendere la poesia ed insieme una profonda esigenza di libertà: “Le Marche vivono per aria, sospese dentro un’idea di poesia quanto mai libera” diceva Carlo Bo da Urbino. Che nei “Lieti Colli” descriveva l’universo mondo che armonicamente si distende da Fano a Fermo lungo le quattro province marchigiane, dal nostro Balcone: “Anche qui siamo di fronte ad una geografia sospesa, appena materializzata ma nella volontà tesa verso l’alto, quasi che le strade non dovessero portare a un paese o verso le grandi strade di comunicazione ma a delle terrazze tutte poetiche. Penso alla rete di strade sul filo delle colline che da Loreto portano verso Filottrano e Treia e su fino a Cingoli e poi da Cingoli precipitano - ma sempre con grande dolcezza - verso Jesi”.
Questa bellissima trama di strade ha la sua origine nella mezzadria, così come la geometria dei campi e le case sparse. Un’euritmia perfetta che ammiriamo nell’opera di quel fotografo-artista d’eccellenza europea che è stato Mario Giacomelli da Senigallia. Giacomelli “cantava” le Marche attraverso l’obiettivo della sua leggendaria Comet: “Per me non importa il paese, il luogo, che è rappresentato, ma l’emozione, il contatto che c’è tra me e la terra. Quindi è la terra che è importante più che il paesaggio di per sé”.
In questa terra marchigiana, il centralismo dell’agricoltura è indubitale. La campagna è un’altra delle tante meraviglie dal Balcone di Cingoli. Piovene definì il paesaggio rurale marchigiano “quasi un grande giardino all’italiana”.
Eppure dagli anni ’60 in poi questo Eden è stato visto piuttosto come Purgatorio. Soltanto nell’ultimo decennio gli addetti all’agricoltura sono diminuiti di circa 10.000 addetti. Ma il dato più preoccupante - si legge nel Rapporto 2000 riguardante Il sistema agricolo e alimentare nelle Marche - è che il 40% degli attuali addetti all’agricoltura ha oltre 65 anni. Sulla base di questa tendenza si può desumere che nell’arco di 5-10 anni avverrà una consistente riduzione delle aziende agricole e a queste si aggiunge l’aggravante della modesta presenza di agricoltori con meno di 34 anni oltretutto in rapida contrazione, ad una velocità più che doppia rispetto alla media nazionale”.
Negli ultimi tempi tuttavia giungono notizie più confortanti in riferimento al paesaggio agrario, nei cui confronti sensibilità e gradimento si sono rialzati non solo per ragioni ecologiche ma per la crescente consapevolezza alimentare che ha portato a far rinascere e maturare l’attenzione verso il mondo rurale.
A far da scenario a quella civiltà, che negli anni Trenta Corrado Pellini da Montelupone dipingeva in stile futurista annunciando la grande stagione di Ivo Pannaggi e Tommaso Filippo Marinetti, ecco da lontano l’azzurro “tremolar della marina”. “Mirava il ciel sereno, / le vie dorate e gli orti, / e quinci il mar da lungi, e quindi il monte. / Lingua mortal non dice / quel che io sentiva in seno”. Dal Balcone, nelle chiare giornate invernali, si avvistano le montagne grigio-cobalto della Dalmazia, non solo le barche dei pescatori sulla costa.
L’Adriatico, che mirabile non-confine per questa regione al plurale! Lo scopriamo se discendendo in areo, verso Roma, superiamo le foreste del Casentino e di Camaldoli e l’erta doppia prospettiva del Catria. E dopo la dentata corona dei Sibillini spalancati verso Macerata, ecco le candide onde di pietra dell’Adriatico. Il sole non ci tramonterà, ma certo ci nasce!
Il fatto che ogni mattina che Dio manda in terra, il sole sorga dal bel mezzo della marina, fa sì che la luce giunga ad ogni luogo marchigiano montando tra una serie infinita di riverberi e luminescenze che si quietano solo più tardi, a cielo alto. Dalle Cesane a Monte Giove, da Ostra Vetere al Conero e poi a Loreto, a Cupra, le mattinate sono sempre immaginifiche e splendenti.
È poi una tenera elegia, commossa e malinconica, quella che con il tramonto si disegna alle nostre spalle, sul Balcone delle Marche anche se un popolarissimo adagio avverte che “non è ancora notte a Cingoli” grazie ad un singolare fenomeno che connesso alla posizione orografica fa restare qui la luce più a lungo che in qualsiasi altro luogo di questa regione silente e magica.
Allora ci accorgiamo che il paesaggio che Cingoli ci chiede di ammirare sorprendendoci sempre, è qualcosa di più di un fatto fisico oppure poetico o georgico. E qualcosa che diventa tutt’uno con il mistero della vita stessa. Incanto e realtà si toccano, poi fuggono per toccarsi ancora in un infinito, sovrumano silenzio che dalla città di Tito Labieno e Sant’Esuperanzio corre all’infinito verso il mare, ed oltre.
Sentiamo all’improvviso, quasi per divinazione, come il Balcone marchigiano, da Cingoli s’apra sul mondo stesso così come da Recanati s’apriva al giovane Giacomo dai “veroni del paterno ostello”.
Percepiamo come da questo luogo dell’anima la vista si dilati a dismisura e il grande piano verde-oro-azzurro s’identifichi pure con la Piazzetta del Sabato del Villaggio, sacra alla Poesia degli uomini, e soprattutto con il Cantico che pare levarsi dall’antica chiesa di S.Francesco: “Laudato sì mi Signore cum tucte le tue creature, espezialmente messer lo frate Sole lo qual è iorno. Et enallumini noi per lui”.
Tutto questo sente il cuore di chi s’affaccia dal Balcone delle Marche … e il naufragar (ci) è dolce in questo mare.

Maurizio Verdenelli

Indice dei nomi: Guido Piovene, Giovanni Cardarelli, Giacomo Leopardi, Carlo Bo, Mario Giacomelli, S. Francesco, Corrado Pellini, Ivo Pannaggi, F.T. Marinetti, Tito Labieno, S. Esuperanzio.

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