Legno e Tartuficoltura

La realizzazione di impianti forestali in terreni agricoli è stato un preciso indirizzo della UE, sia per ridurre le superfici destinate a seminativi e fronteggiare il problema delle eccedenze, sia per aumentare le aree a verde, promovendo la funzione ambientale delle aziende, che devono essere considerate produttrici di servizi per la collettività e non solo di beni.
La Regione ha fatto sua questa impostazione e gli investimenti di forestazione degli ultimi 10 anni sono in gran parte impianti con specifiche finalità produttive: arboricoltura da legno e tartuficoltura.
Va comunque evidenziato che la forestazione con finalità produttive, risponde anche alla funzione ambientale, visto il turno di utilizzo degli investimenti (35-40 anni) e il fatto che si sono usate specie nobili di provenienza autoctona o di antica acclimatazione (noce).

ARBORICOLTURA DA LEGNO
La risposta degli imprenditori agricoli - incoraggiati dalle buone aspettative di reddito - al sistema di incentivi del regolamento CE 2080/92 è stata alta, oltre 4.500 gli ettari realizzati.
Dall’esperienza sono emersi anche punti di debolezza (elevati costi di gestione, utilizzo di aree scarsamente vocate per le specie pregiate del noce e ciliegio, inadeguate conoscenze tecniche...) e si sono tratti elementi per gli indirizzi di politica forestale, che possono così sintetizzarsi:
La realizzazione di impianti di arboricoltura da legno, deve rispondere ad una consapevole scelta imprenditoriale. Quindi, gli impianti intensivi (noce in purezza), vanno realizzati solo nelle aree più fertili e vocate e in situazioni aziendali in grado di garantire il necessario apporto di manodopera qualificata. In tutte le altre situazioni bisogna optare su investimenti diversificati e di tipo estensivo, costituiti da più essenze, principali e secondarie. In tutti i casi va previsto un progetto mirato, che individui obiettivi, modalità di gestione e tempi previsti. È necessario supportare tecnici ed imprenditori con un’assistenza tecnica adeguata, divulgando le informazioni che vengono dal mondo della ricerca. La Regione, a partire dal ‘97, ha stipulato attraverso l’ASSAM, una convenzione con l’Istituto Sperimentale di Selvicoltura di Arezzo, per affrontare le problematiche gestionali connesse alla realizzazione degli oltre 4.500 ettari d’impianto finanziati con il 2080/92.
Questo soprattutto per ottimizzare le rese degli impianti: è necessario, ad esempio garantire un opportuno diradamento, in caso contrario l’impianto è destinato ad essere deprezzato o a essere soggetto a fenomeni di fitopatie, risultato dello stress delle piante, che possono disturbare gli altri impianti della zona.
Riorganizzazione dell’attività vivaistica forestale, finalizzata al miglioramento della qualità del prodotto.
Per una buona riuscita dell’impianto, ha grande importanza la qualità del materiale utilizzato. A partire dal 2000 la Regione ha messo le basi per un’attività vivaistica forestale di qualità, certificata a norma di legge.
Si è individuato un ente gestore, l’ASSAM, che sovrintende a una struttura che fa riferimento a unità produttive altamente specializzate, ognuna in un particolare profilo direttivo:
• Vivaio “Bruciate” di Senigallia (AN), destinato prioritariamente a soddisfare le esigenze di Comuni e Enti vari privati per la creazione di aree verdi;
• Vivaio “S. Giovanni Gualberto” di Pollenza (MC), a prevalente indirizzo di arboricoltura da legno;
• Vivaio “Alto Tenna” di Amandola (AP), per le produzioni forestali autoctone, destinate a garantire provenienze locali in rimboschimenti attuati anche in zona parco;
• Vivaio “Valmetauro” di S. Angelo in Vado (PS) per produzioni di latifoglie micorrizate con le principali specie di Tuber;
• Centro di Tartuficoltura di S.Angelo in Vado, struttura di rilevanza nazionale, sede di ricerca e implementazione dell’attività legata alla tartuficoltura.

ATTIVITÀ DI SPERIMENTAZIONE
Progetto di selezione e miglioramento genetico di specie forestali - in collaborazione con l’Istituto di Arezzo e il Corpo Forestale dello Stato - avviato dopo la normativa, che ha reso obbligatoria per “noce comune” e “ciliegio selvatico”, la certificazione di provenienza. Sono stati selezionali circa 40 fenotipi di noce comune sparsi nella regione, sui quali avviare la sperimentazione.
Verranno eliminati i soggetti indesiderati per avere impianti costituiti solo dai fenotipi prescelti.
Attività del Centro di Tartuficoltura di S. Angelo in Vado, il cui lavoro scientifico è da collocare in una dimensione quantomeno nazionale.
Il vivaio annesso al Centro, garantisce la produzione di piantine micorrizate di qualità molto elevata per l’estrema affidabilità della metodica di micorrizazione attuata ormai da anni. Una attività che deve essere potenziata per soddisfare le molte richieste e garantire il prodotto.
Promozione dell’associazionismo anche al fine dell’accorpamento dell’offerta e per il coinvolgimento dell’industria di trasformazione.

LA TARTUFICOLTURA
Le indicazioni della prima fase di attuazione del PSR (Misura H - imboschimento delle superfici agricole) evidenziano un consistente ridimensionamento dell’arboricoltura da legno e una crescita, altrettanto consistente, delle richieste di finanziamento per impianti tartufigeni. La ragione sta nel sistema di incentivi previsto dalla Misura che è più vantaggioso per questa forma di investimento rispetto all’arboricoltura tradizionale, i cui tempi di utilizzo sono sul lungo periodo. La Regione considera la tartuficoltura strategica per le potenzialità di reddito e di sostegno all’economia delle aree marginali e montane. Occorre però dare concretezza a questa scelta regionale con precise misure:
• Coinvolgimento diretto del Centro di S. Angelo in Vado per attuare un’attività di assistenza tecnica e divulgazione adeguata, in collaborazione con le strutture regionali e gli Enti locali.
• Maggior diversificazione degli impianti, valutando più adeguatamente in via preliminare, le caratteristiche del sito. Occorrerà quindi allargare la scelta a diverse specie di Tuber oltre al melanosporum, a seconda delle caratteristiche della stazione d’impianto.
Si potrebbe attuare un ciclo di produzione esteso a buona parte dell’anno; inoltre, potrebbero essere in parte ovviate le negative conseguenze dei cambiamenti climatici (diminuzione delle piogge ed aumento delle temperature), che incidono notevolmente ad esempio sulla produzione del T. melanosporum, che risente della carenza di piogge in maggio-giugno.
• Valorizzazione del prodotto, attraverso la certificazione e la creazione di consorzi di produzione.

Lorella Brandoni

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