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previsione di Giordani all’elogio di Italo Calvino e Bertrand Russell
Pietro Giordani. “Mi
diletta il pensare che nel Novecento il Conte Leopardi (che già
amo) sarà numerato tra i primi che alla patria recuperarono
il male perduto onore”(Lettera a Giacomo Leopardi, 12 marzo 1817).
Luigi De Sinner. Si
deve al filologo svizzero la prima definizione di Leopardi
“poeta-filosofo”. De Sinner, che ebbe una lunga corrispondenza con
Leopardi, intuì anche il valore ideologico delle Operette
morali.
Alfred de Musset. Nella
lirica Après une lecture, traccia un toccante ritratto di Leopardi,
“sombre amant de la Mort, pauvre Leopardi” (Poésies nouvelles).
Charles Lebreton. Il
letterato, discepolo del De Sinner, è l’autore della geniale
intuizione: “le poète de tous les hommes qui sentent”, il poeta
di tutte le anime sensibili.
Francesco De Sanctis.
Il critico letterario fu tra i primi ad intuire la sua grandezza.
“Leopardi – scrisse - produce l’effetto contrario a quello che si propone.
Non crede al Progresso, e te lo fa desiderare: non crede alla libertà,
e te la fa amare. Chiama illusioni la gloria, la virtù, e te ne
accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo che
non ti senta migliore…(Epistolario di Giacomo Leopardi).
Giosuè Carducci.
Insieme a Foscolo e Monti, Leopardi è il suo punto di riferimento,
il poeta della “doglia umana”. Il critico-poeta, coordinatore della commissione
che tra il 1898 e il 1900 curò la pubblicazione dello Zibaldone,
apprezzò soprattutto il Leopardi della Ginestra, un’opera in cui
vide una sorta di proto-socialismo. (Degli spiriti e delle forme nella
poesia di Giacomo Leopardi).
Giovanni Pascoli. Il
poeta ripropose il mito di una renovatio materiale e morale, di cui Leopardi
è il presago interprete. “Tu non sei – scrisse rivolgendosi idealmente
al poeta di Recanati – il vate delle ardenti rivoluzioni nazionali, il
profeta delle cupe secessioni sociali. Riconquistati i diritti delle patrie,
ricostituiti i diritti delle classi, verrà il tuo evo”.
Giuseppe Ungaretti.
La Ginestra è “la più alta poesia del Leopardi e forse nel
mondo durante questi ultimi due secoli”(Appunti delle lezioni romane).
Arthur Schopenhauer.
Il filosofo tedesco apprezzò il pensiero leopardiano, riconoscendogli
il diritto di collocarsi accanto al suo, a quello di Byron e di Nietzsche.
Friedrich Nietzsche.
“Leopardi è l’ideale moderno di un filologo; i filologhi tedeschi
non sanno far niente”. Nietzsche fa riferimento a Leopardi nelle
sue Considerazioni inattuali.
Eugenio Montale. È
il poeta leopardiano in senso stretto, come dimostra la sua poesia più
nota Meriggiare pallido e assorto, dove la “muraglia che ha in cima cocci
aguzzi di bottiglia” ha lo stesso significato simbolico della “siepe leopardiana”.
Montale ha anche sottolineato l’ostracismo verso Leopardi: “Quando studiavo
dai padri Barnabiti, intorno al ’14, i miei professori laici, non preti,
si fermavano al Carducci, saltando Leopardi un poeta che essi consideravano
deprimente legnoso e lagnoso”.
Italo Calvino. Ne esaltò
la leggerezza. “Quando parlava della luna Leopardi - scrisse - sapeva esattamente
di cosa parlava”. E ancora: “Leopardi parte dal rigore astratto dell’idea
matematica di tempo e spazio e la confronta con l’indefinito, vago fluttuare
delle sensazioni”. (Lezioni americane)
Sergio Solmi. “Lo Zibaldone
viene incontro al nostro gusto moderno per gli stati spontanei e germinali
della riflessione colta nel suo puntuale svolgimento e arricchimento, e
al correlativo nostro sospetto per gli irrigidimenti dialettici e sistematici.
(Il pensiero in movimento di Leopardi).
Bertrand Russell. Il
filosofo inglese ha letto e amato Leopardi. Ci sono momenti in cui scrive
nell’Autobiografia; “tutte le barriere della personalità cadono
e ci si sente come “aperti” perché il mondo possa penetrare in noi:
le stelle, la notte e il vento, tutte le passioni e le speranze degli uomini,
e il lento progredire dell’umanità nei secoli: allora persino i
freddi abissi dello spazio sembrano accoglienti...” e il naufragar m’è
dolce in questo mar” (29 settembre 1916)
Il tempo della
critica (i denigratori)
Dall’oltraggio
di Tommaseo alla stroncatura di Croce alla scomunica della Chiesa
Alessandro Manzoni. Per
Manzoni, l’opera leopardiana, ideologicamente permeata di materialismo
e di pessimismo, era di difficile comprensione, tanto che l’autore dei
Promessi sposi confida a Francesco De Sanctis “di non saper intendere
come il Leopardi potesse passare per poeta”. Leopardi, che conobbe Manzoni
a Firenze, ebbe invece parole di stima per lo scrittore e,
in particolare, per i Promessi sposi, un’opera - scrive - di un grande
ingegno”.
Niccolò Tommaseo.
Leopardi? “Un ingegno falso e angusto”, così il letterato
(1802-1874) lo definì nel Diario intimo. Tommaseo continuò
ad usare termini oltraggiosi anche dopo la morte del poeta, in due
lettere inviate a Gino Capponi nel 1837 e nel ‘38: “Natura con un
pugno lo sgobbò: / ‘Canta’ gli disse irata ed ei cantò”;
“Esser vorresti uccello? Siam lì: sei pipistrello”.
Giuseppe Mazzini. Il
fondatore de “La Giovane Italia” rimproverava apertamente al poeta
di Recanati il disprezzo nei confronti del “volgo profano”
e la definizione della vita come “soggiorno di dolore senza scopo”.
Per Mazzini, Leopardi era l’espressione della crisi storica
e morale del tempo. Di qui la condanna, nel 1857, del poeta
e dei suoi emuli, “rari scrittori a cui non rincresce di leopardizzar con
la penna (…) e seminano quindi scetticismo e disperazione precoci”
(Scritti editi e inediti).
Benedetto Croce. In
polemica con i leopardisti, negava ogni validità al pensiero filosofico
del recanatese, riconoscendone solo l’importanza degli Idilli. Secondo
il filosofo molisano, Leopardi condusse una “vita strozzata”, per cui la
sua poesia, fatta qualche eccezione, risultava sostanzialmente “limitata
e monocorde”; quanto al pensiero speculativo di Leopardi, non è
altro che “pseudofilosofia” o “filosofia ad uso privato”. Questo
pesante giudizio ha influito non poco sulla figura del poeta.
Autorità ecclesiastiche.
Drastico l’atteggiamento della Chiesa che nel 1850 mise all’Indice le Operette
Morali, donec corrigantur, sino a quando non siano corrette. In precedenza,
in una lettera inviata al filologo svizzero Luigi De Sinner
il 22 dicembre del 1836, Leopardi aveva scritto: “La mia filosofia non
è piaciuta ai preti, i quali qui ed in tutto il mondo, sotto
un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno enormemente tutto”.
Pietro Colletta. “Ho
riletto parecchi dei (suoi) componimenti antichi, alcuni de’ nuovi
e ti dico – confessò il generale e patriota napoletano (1775-1831)
in una lettera a Gino Capponi – che niente mi è piaciuto.
La medesima eterna, ormai non sopportabile malinconia : gli stessi argomenti:
nessuna idea, nessun concetto nuovo, tristezza aggettata e qualche seicentismo:
bello stile”.
Antonio Ranieri. Nel
discusso volumetto Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi del 1880,
raccontò il “mostruoso” disordine del poeta che, durante il
periodo napoletano, non rispettava più né giorno né
notte, trascurava ogni prescrizione medica ed era infantilmente
goloso di sorbetti e dolciumi. Ne vien fuori l’immagine di un uomo
sgangherato, che ostinatamente tralasciava di lavarsi e di cambiare
biancheria, spesso tempestata da “orribili parassiti”. A Ranieri replicherà
Alberto Arbasino, dandogli dell’ “imbecille” per non essersi accorto di
aver avuto accanto un genio.
Mariano Luigi Patrizi.
Nel Saggio su Giacomo Leopardi e la sua famiglia del 1896, lo psico-antropologo
si occupò delle tare ereditarie e scoprì che, dal Seicento
in poi, nell’albero genealogico del recanatese “su 128 individui
noveriamo ben 34 morti premature, 21 mistici, 11 nervosi e pazzi, una somma
di 66 anormali di fronte a 54 normali”. La conclusione del seguace delle
teorie di Lombroso è perentoria: Leopardi era “un vero psicopatico,
per degenerazione ereditaria, lipemaniaco e paranoico con sospetto di epilessia
larvata”.
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